Articoli dello Studio Alfieri

Epochè

Il termine  deriva  dal greco:  Epi  (su)  e  echein (tenere).  E’  traducibile con  sospendere  o trattenere.  Mentre  l’epochè scettica  dell’antichità  era un  concetto  distruttivo, in  quanto  negava o  costringeva  a negare  qualsiasi  certezza; l’epochè  di  Husserl mira  a  sospendere il  giudizio  sulle cose,  in  modo da  permettere  ai fenomeni  che  giungono alla  coscienza  di essere  considerati  senza alcuna  visione  preconcetta.

Secondo Husserl è  essenziale  disporsi in  un  atteggiamento innaturale,  che  ci faccia  riscoprire  il modo  originario  della conoscenza,  il  rapporto primitivo  tra  soggettività e  mondo,  soffocato e  nascosto  da universalità  e  ovvietà. Husserl parla di  scienza  rigorosa, possibile  solo  attraverso un’operazione  metodica,  un esercizio  faticoso  per liberarsi  dai  vincoli più  forti  ed universali,  un  esercizio di  sospensione  del giudizio.  Si arriverà  solo così  ad avvicinarsi  al mondo  con  gli occhi  di  un bambino che  lo  guarda come  se  fosse per  la  prima volta  (Husserl parla  di spettatore  ingenuo  e disinteressato)  e  si giungerà  alla  conoscenza di  una  realtà veramente  autentica.  Tutto questo viene racchiuso nel concetto di epochè che ha tali caratteristiche:

 

  1. la messa tra parentesi dell’atteggiamento naturale. E’ un atto libero, volontario del soggetto volto alla «messa in parentesi»dell’atteggiamento  naturale cioè  l’intero mondo  naturale.  Mettere tra parentesi tutto ciò  che appare  naturale  perché si  riveli  da sé,  il  legame ineliminabile  della  coscienza con  i  suoi oggetti,  significa  non dare  per  scontato tutto.  Solo in questo modo si  elimina la  coscienza  da tutti  quei  sensi eccedenti  il  dato immediato,  che  non possono  dare  la certezza  di  una  realtà  davvero autentica.  Così io neutralizzo  tutte le  scienze  che  si  riferiscono al  mondo  naturale e,  per  quanto mi  sembrino  solide, non  ne  faccio assolutamente  alcun  uso. Nessuna teoria, ogni  visione originalmente  offerente  è sorgente  di  conoscenza, tutto  ciò  che sia  da  originalmente nell’intuizione  è  da assumere  come  esso ci  dà,  ma anche  soltanto  nei limiti  in  cui  si  da, non  occorre  indagare del  fenomeno,  se non  ciò  che del  fenomeno  giunge alla  nostra  coscienza.   Si  guarda  al fenomeno  in  modo autentico,  senza  la mediazione  di  tutte quelle  teorie  che allontanano  gli  uomini dalla  percezione  immediata del  fenomeno.  Criterio dell’evidenza  =  attenersi a  ciò  che si  dà  immediatamente,  senza mediazione,  alla  coscienza.

 

  1. lostrumento concettuale  che  ci conduce  al  fenomeno Solo  grazie  all’epoché si  può  sgombrare il  campo  da tutto  e  alla fine  giungere  ad incontrare  l’altro.

Si  inizia  così un  processo  conoscitivo del  mondo  attraverso la  riduzione  a fenomeno  di  esperienza di  ciò  che conosco,  dischiude  il terreno  della  conoscenza di  essenze  o eidetica.  La  proposta di  H.  è di  fondare  una scienza  su  questo principio  dell’intuizione  eidetica o  intuizione  di essenza.  Un’intuizione  eidetica non  è  un’illuminazione  improvvisa, ma  è  legata all’immaginazione.  Si  tratta di  variare  liberamente le  strutture  di un  ente  particolare per  cogliere  i suoi  tratti  generali. Il  risultato  è  un  residuo di  attributi  che non  possono  essere variati.  Tali  attributi determinano  le  strutture essenziali  (eidetiche)  della conoscenza  della  logica. Husserl  supera  così la  concezione  di dubbio  cartesiano,  dove l’indubitabile  stava  solo nell’oggetto  pensante  (cogito ergo  sum),  ponendo la  possibilità  della conoscenza  trascendentale  attraverso il  mio  esperire, anch’esso  indubitabile,  a prescindere  dall’esistenza  reale dell’oggetto,  che  viene messo  perciò  tra parentesi.

 

  1. permettela conoscenza  trascendentale  (cioè fuori  di  me); a  partire  dai vissuti  immanenti  (interni) io  faccio  esperienza di  qualcosa  di trascendente  (esterno),  cioè esterno  a  me. E’  un  movimento orizzontale,  non  verticale, non  si  tratta cioè  di  qualcosa di  metafisico,  ma di  fisico,    soggetto e  oggetto  si trovano  sullo  stesso piano        s—o      no s/  o-
  2. èun atto  etico  poiché considera  il  rapporto tra  noi  e il  mondo  come un  processo  che necessita  di  attenzione e  cura,  ma è  una  scelta di  responsabilità  personale, un  qualcosa  che si  crea  dentro di  me.  Accettare l’altro,  rimanere  lì con  lui,  condividere qualcosa  insieme  è sicuramente  un  atto personale  e  non dettato  dalla  morale. Etica=personale; Morale=condiviso.

 

  1. sospensionedi ogni  pre-giudizio    sospensione totale  delle  presupposizioni  e delle  acquisizioni  scontate. Bisogna  accogliere  il fenomeno  nei  modi e  nei  limiti in  cui  si dà  all’intuizione.  E’ necessario  non  considerare i  fenomeni  un’infinità di  pre-concetti  che si  sono  formati nel  tempo  attorno alle  definizioni  del senso  delle  cose (certamente  utili  nella dimensione  quotidiana  della vita),  ma  cogliere il  significato  autentico della  realtà;  le cose  giungono  alla coscienza  nel  modo più  autentico  e originario  possibile,  escludendo tutti  i  dati intorno  ad  esse che  sono  stati acquisiti  per  via teorica  e  scientifica.

Questo  non  è sempre  però  del tutto  possibile,  perché non  si  può togliersi  dal  campo. Il  terapeuta  deve poter  stare  con il  paziente  anche portando  delle  parti di  sé  che sono  imprescindibili  dal suo  ruolo  perché fanno  parte  della sua  persona.  Heidegger però  rifiuta  l’epochè ritiene  che  si debba  indagare  la dimensione  quotidiana  dell’esistenza  per comprendere  il  senso delle  cose  E quali  possono  essere le  sue  declinazioni in  ambito  psicoterapico?  Si collega  spesso  il concetto  di  epochè di  Husserl  con il  concetto  psicoanalitico  di uno  spazio  vuoto nella  mente  del terapeuta  “senza  memoria e  senza  desiderio” di Bion.  Cioè  bisognerebbe, una  volta  “riconosciuto”  il paziente  nella  sua identità  anagrafica,  dimenticare ogni  altro  dato relativo  a  lui, per  cercare  un’apertura mentale  totale  verso quella  che  possiamo indicare  come  l’essenza di  quella  persona e  l’ignoto  relativo a  quell’incontro. Inoltre  bisognerebbe prendere  distanza  da qualsiasi  desiderio,  sia nei  confronti  del paziente  (che  cambi, che  guarisca,  che stia  meglio,…)  sia rispetto  a  sé  e  alla propria  situazione  contingente (desiderio  che  finisca la  seduta,  desiderio di  andare  finalmente a  mangiare,  desiderio dell’agognato  riposo,  delle vacanze,…)  Si  tratta di  una  proposta “radicale”  per  un lavoro  psicoanalitico  trasformativo e  incidente  sull’atteggiamento  profondo dell’analizzando,  operandovi  delle “evoluzioni”  ma,  in prima  battuta,  su quello  dell’analista.  La memoria si  riferisce  al passato  e  il  desiderio  al futuro. La  memoria  e il  desiderio,  secondo Bion,  hanno  a che  fare  con delle  “fughe  inconsce”, che  allontanano  l’attenzione da  ciò  che “sta  accadendo  ora, nel  momento  presente”. Fare  a  meno di  memoria  e desiderio,  quindi,  sembra finalizzato  a  recuperare l’attimo  presente,    il qui  e  ora, il  “momento  presente assoluto”,  instaurato  il quale  diviene  possibile prendere  distanza  da proiezioni  mentali,  sia nel  passato  che nel  futuro,  liberarsi da  “causalismi”e  “finalismi”, spesso  inconsapevoli,  per farsi,  come  si dice,  presenti  a se  stessi–  obiettivo base  di  consapevolezza  e di  contatto  con il  Sè.

Per  realizzare  tale presenza,  per  divenire il  più  possibile consapevoli  di  “ciò che  è” e  “di ciò  che  si è”  qui  e ora,  sembra  dunque rendersi  necessario  passare –  paradossalmente  – per  l’assenza: abbiamo  bisogno di  farci  capaci di  tollerare  l’assenza, il  vuoto,  con la  possibilità  di reggere  l’“assenza”  di chiarezza,  di  certezze, di  idee;  un atteggiamento  che  sa “sostare  nel  buio”, nell’incertezza.  Bion  la chiama  Capacità  Negativa (Keats  verso  Shakespeare). Questa  capacità tollera  la  decostruzione del  già-saputo  per trovarsi  di  fronte al  “non-sapere”  e sostarvi  fino  a quando  spontaneamente  si manifestino  nuove  possibilità di  senso,  fino allora  insospettabili,  altrimenti l’incapacità  di  tollerare uno  spazio  vuoto limiterebbero  nuovi  significati e  nuovi  mondi possibili.  Freud  aveva parlato  di  “attenzione fluttuante”,  la  capacità di  non  legare l’attenzione  a  nulla in  particolare  per lasciarla  libera  di sintonizzarsi  di  volta in  volta  con ciò  che  sta “vibrando”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *